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Le case ed i condomini degli antichi romani

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“Curiosity killed the cat” recitava una famoso detto…

Io credo invece che la curiosità sia una delle più belle doti che abbiamo per non finire mai di imparare.

Sono di Roma, vivo questa città che tanto ci stressa ma che tanto di ineguagliabile ci regala.

Vendo case per lavoro e questo mi porta ad entrare nell’intimità delle famiglie, nelle loro abitazioni, dove ognuno si spoglia del vestito sociale e professionale, dove può essere semplicemente sè stesso.

Sapere come fossero le case di chi ha vissuto a Roma prima di noi mi ha sempre incuriosita.

Quando osservo i tanti turisti in fila per visitare le varie domus romane, mi domando sempre: come erano le abitazioni reali di questi uomini che hanno fatto la storia? Come funzionava all’epoca la locazione o l’acquisto immobiliare? ed ho cominciato, da buona storica, a documentarmi un po’.

TIPOLOGIE DI CASE ROMANE:

Innanzitutto gli antichi romani avevano una serie differente di case in base alla collocazione ed estrazione sociale.

  • le DOMUS erano le residenze cittadine delle classi ricche
  • le VILLE EXTRAURBANE erano le dimore subito fuori le mura
  • le VILLE RUSTICHE erano quelle in campagna
  • infine vi erano LE INSULAE

la DOMUS

Era l’abitazione delle classi abbienti. Si sviluppava in orizzontale ed era così composta:

  • il VESTIBULUM era il vano di accesso
  • subito dopo c’era l’ATRIUM, ambiente a cielo aperto in cui era presente una vasca per il raccoglimento dell’acqua piovana
  • sul fondo della domus c’erano i TABLINUM, il salotto, ed il TRICLINUM, la sala da pranzo, considerate le stanze più importanti. Nota a tutti è la postura dei romani mentre mangiavano; semisdraiati sul lato sinisro, col gomito appoggiato su un cuscino, su comodi triclini, di solito posizionati a ferro di cavallo ed in numero di tre, per permettere un comodo servizio. Si può immaginare il Triclinum come un luogo molto lussuoso, con affreschi alle pareti e mosaici in terra, dove i romani ricevevano ospiti di grande riguardo.
  • ai lati dell’Atrium, c’erano le camere da letto, i CUBICOLA. In epoca imperiale poi l’atrium fu trasformato in elegante PERISTILIO, con un corridoio o via di passaggio coperta che poteva anche avere un giardino con piante sagomate a forma di animali; il tutto circondato da colonne; era la zona più luminosa di tutta la casa, dove i proprietari davano lustro delle proprie ricchezze con statue marmoree, opere d’arte, affreschi e piscina.

VILLE EXTRAURBANE

Erano sullo stile delle DOMUS con in più gli ambienti per i lavori agricoli. Alcune erano lussuosissime come Villa Adriana a Tivoli o la Villa di Livia a Prima Porta.

le INSULAE, i condomini dell’epoca romana:

una tipica Insulae Romana

E’ forse l’abitazione meno conosciuta dei romani, ma l’INSULAE (da cui il termine isolato), era la più diffusa, un vero e proprio condominio.

Una serie di appartamenti su più piani, in cui vivevano il proprietario o l’amministratore e gli affittuari.

Sotto l’imperatore Settimio Severo, le Insulae erano 46.602 rispetto alle Domus che erano 1797, per una popolazione di 1,2 milioni distribuita su 2000 ettari.

Conformazione dell’Insulae

Erano edifici di forma quadrangolare, con cortile interno (cavedio) a volte porticato, sul quale c’erano i corridoi di accesso alle diverse unità immobiliari, gli attuali nostri appartamenti.

Il prospetto a mattoni non era intonacato, ma si usavano comunque laterizi di colori e tonalità diverse. mancavano i servizi igienici, usando i romani le latrine pubbliche e le terme.

PIANO TERRA: destinato in genere a botteghe di vario tipo (tabernae), con un soppalco per deposito materiali o come alloggio degli artigiani poveri.

PIANO PRIMO: era riservato alle abitazioni di maggior pregio, servite da una balconata lignea o in muratura su mensole per tutta la lunghezza dell’affaccio stradale.

PIANI SUPERIORI: erano gli alloggi veri e propri sempre meno pregiati man mano che si saliva di piano.

Nascita delle insulae

Le insulae sorsero nel IV secolo per il bisogno di offrire alloggio nell’urbe ad una popolazione che cresceva sempre più.

Già all’epoca si pensò di sfruttare, come per i nostri attuali palazzi, lo spazio in altezza, arrivando nella Roma imperiale al sesto piano e oltre (famosa era l’insulae Felicles che si ergeva su Roma come un moderno grattacielo); Cicerone arrivò a definire Roma una città sospesa in aria.

Non esisteva un piano regolatore, il primo lo predispose Nerone dopo il grande incendio, per cui nella costruzione di queste insulae non esistevano regole di distanza, dando vita a vicoli strettissimi che di sera diventavano rifugio di barboni, ma anche di intere famiglie che non potevano più pagare l’affitto.

Augusto tentò di imporre un limite massimo di altezza a 70 piedi (21 metri circa), ma tali limiti erano spesso superati.

Le insulae come attività lucrosa

Come succede oggi, già al tempo dell’antica Roma, l’edilizia rappresentava un’attività lucrosa.

Gli imprenditori edili per guadagnare di più costruivano edifici più alti possibili, dai muri sottili e con materiali scadenti.

I proprietari erano soliti, poi dividere gli angusti alloggi in spazi ancora più piccoli per ospitare inquilini più poveri. Ogni “condominio” ospitava anche duecento persone.

Tra i personaggi famosi che si arricchirono con questa attività ricordiamo Crasso, potente banchiere e triumviro: acquisiva immobili danneggiati o crollati, venduti a basso costo, li sistemava in modo economico e li riaffittava. Ad ogni crollo appariva per fare l’affare.

Anche Cicerone, senatore e principe del Foro possedeva e affittava appartamenti fatiscenti.

Ma come si viveva in questi condomini?

La differenziazione sociale si esprimeva per “piani” nelle Insulae.

Al superattico c’era il povero, mentre al primo piano il benestante.

Questo perché più si saliva più aumentavano pericoli e disagi:

  • altezze sempre più limitate
  • impossibilità all’accesso diretto dell’acqua
  • pericolo di crolli e incendi continui (al piano basso era più facile fuggire)
  • la povertà dei piani alti portava al subaffitto, quindi a promisquità ed affollamento, sporcizia, malattie e liti.
  • la vita nei sottotetti era anche difficile a causa dei colombi, delle perdite di acqua dal tetto, dal microclima pessimo.

La struttura delle Insulae era in legno o in muratura o misto, soggetta a incendi a causa dell’uso di fiamme libere per scaldarsi con i braceri e per cucinare.

1 piano: era quello signorile

ingresso abitabile, soggiorno (tablinum), sala da pranzo (triclinum) e le camere da letto (cubicola). Le pareti erano molto colorate, le finestre davano tutte verso l’esterno, avevano i vetri, privilegio di pochi.

I pavimenti avevano mosaici in bianco e nero o a colori. Si mangiava come oggi, seduti a tavola. si usavano i triclini solo quando si organizzavano banchetti e feste.

La cucina come la intendiamo noi non esisteva. In qualunque stanza o angolo veniva posizionato un braciere con dei fornelli di bronzo, magari vicino alla finestra per far uscire il fumo. Spesso per evitare rischi di incendi o per variare, i pasti si facevano preparare dalla vicina taverna.

I piani superiori: erano collegati da scala interna di gradini di mattoni crudi in fila.

I numerosi appartamenti, i cenacula, erano angusti, con finestre in strada, ma poco salubri: odore di chiuso, di fumo, di cucinato.

Le finestre non avevano vetri. L’estate rimanevano aperte e d’inverno si chiudevano gli sportelli di legno o di pelli traslucide. Le stanze erano senza mobili e senza funzioni specifiche; mancavano tubi di scarico, sporco e degrado regnavano.

I rifiuti venivano eliminati di notte dalle finestre e deposti in cisterne coperte, prelevate poi dai contadini come letame.

Nel sottoscala c’era una grande giara (dolium) per raccogliere le urine degli affittuari che vi svuotavano il proprio vaso da notte.

Erano alloggi, come si può immaginare dove era facile il diffondersi di epidemie e malattie. I letti erano in muratura e addossati alle pareti sui quali si poneva un materasso di paglia.

Ma quanto costava l’affitto?

Un affitto a Roma costava quattro volte di più che nel resto d’Italia. ai tempi di Giulio Cesare (100 a.c- 44 a.c.) un Cenacula (appartamento) costava 2000 sestirzi, circa 4000 euro odierni.

Il canone si pagava ogni sei mesi 1 gennaio e 1 luglio. Gli inquilini morosi erano tanti ed altrettanti erano gli sfratti. Il proprietario o chi amministrava l’Insulae con concedeva deroghe:

“per convincere un inquilino a pagare si arrivava addirittura a murargli la porta di casa o a togliergli la scala di legno che consentiva di accedere al suo alloggio, segregandolo in casa fino a quando non spuntano i sesterzi.” (Una giornata nell’antica Roma, Alberto Angela).

Ogni sei mesi Roma si riempiva di sfrattati in cerca di alloggio…e spesso l’unica soluzione era dormire sotto i ponti. Forse proprio da questa abitudine, deriva a Roma la paura di “finire sotto i ponti”, quando si teme di perdere casa e le sue comodità.

Il proprietario e l’amministratore stringevano di solito un accordo. Il proprietario dava in affitto tutti i piani per 5 anni ed in cambio otteneva il canone dell’appartamento al piano terra di circa 3000 sesterzi all’anno.

Bé mi sembra che tante cose ci accomunino ancora agli antichi romani ed altre per fortuna ci separano tanto.

E tu hai cose da aggiungere a questo “antico condominio”?

Fallo nei commenti!

A presto per un altro articolo nella mia casa virtuale.

Cristina

2 risposte

  1. Articolo molto interessante, ma allo stesso tempo simpatico, facile da leggere e disinvolto.
    Grazie

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